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La sensazione di non meritarsi pienamente i traguardi raggiunti è più diffusa di quanto si pensi. Più di una persona su due vive infatti questo senso di inadeguatezza, accompagnato dal timore che, prima o poi, qualcuno possa accorgersi che non è davvero all’altezza del ruolo che ricopre.
Eppure, allo stesso tempo, la maggior parte delle persone attribuisce i propri successi alle proprie competenze, più che alla fortuna. Ed è qui che emerge un’apparente contraddizione: sentirsi inadeguati anche quando le capacità ci sono e i risultati lo confermano.
Il sondaggio Impostor Syndrome at Work 2026 de ilCVperfetto conferma il fenomeno: il 51% ha sperimentato la sindrome dell’impostore e il 40% avverte la pressione di apparire più sicuro di quanto effettivamente si senta. Tra i fattori principali emergono il confronto costante con gli altri, i pochi feedback e il tentativo continuo di essere perfetti.
Punti chiave
- La sindrome dell’impostore è più comune di quanto sembri: riguarda il 51% degli intervistati, anche se molti attribuiscono i propri risultati soprattutto alle proprie capacità.
- Mostrarsi sicuri sembra quasi un obbligo: quasi 7 persone su 10 sentono la pressione di apparire più competenti o più sicure di quanto si sentano realmente.
- L’insicurezza porta a lavorare di più: più di una persona su quattro reagisce sovraccaricandosi di lavoro per dimostrare il proprio valore.
- Anche il contesto lavorativo ha un peso: tra i fattori che alimentano la sindrome dell’impostore ci sono il confronto con gli altri e la mancanza di feedback.
- La crescita professionale ne risente: il 68% afferma che questo senso di inadeguatezza ha avuto un effetto negativo sul proprio percorso professionale.
- Manager e leader raramente mostrano fragilità: solo il 7% degli intervistati riporta che chi ha ruoli di responsabilità parla apertamente delle proprie difficoltà o dei propri errori.
Molti si sentono inadeguati, anche quando riconoscono le proprie capacità
Dai dati del sondaggio emerge che la sindrome dell’impostore è molto diffusa sul lavoro. Il 51% degli intervistati afferma di sentirsi almeno qualche volta non all’altezza, anche se la maggior parte riconosce che i propri successi dipendono soprattutto dalle proprie competenze.
Quanto spesso emerge questa sensazione di sentirsi inadeguati:
- sempre (5%)
- spesso (18%)
- a volte (28%)
- raramente (23%)
- mai (26%)
A cosa vengono attribuiti i propri successi:
- interamente alle proprie competenze (19%)
- soprattutto alle proprie competenze (48%)
- alle proprie competenze, ma anche in parte alla fortuna (29%)
- soprattutto o del tutto alla fortuna (4%)
Cosa ci dicono questi dati: nonostante oltre la metà degli intervistati abbia sperimentato la sindrome dell’impostore, la maggior parte riconosce che i propri risultati dipendono soprattutto dalle proprie competenze. Il problema sembra quindi non essere la mancanza di capacità, ma una percezione di sé che a volte non riflette pienamente la realtà.
Molti sentono la pressione di dover apparire sempre all’altezza
Per quasi 7 persone su 10, sentirsi sotto pressione sul lavoro è una condizione abituale. Non si tratta solo del timore di sbagliare, ma anche della sensazione di dover apparire più sicuri, preparati e competenti di quanto effettivamente ci si senta. E, in particolare:
- il 40% sente sempre o spesso questa pressione
- il 29% la prova qualche volta
- il 31% la prova raramente o non la prova mai
Secondo chi ha partecipato al sondaggio, questa insicurezza dipende più dall’ambiente di lavoro che da una vera mancanza di capacità.
Tra i fattori citati più spesso ci sono:
- il confronto con colleghi percepiti come particolarmente brillanti (32%)
- la mancanza di feedback o riconoscimento (29%)
- la tendenza a pretendere troppo da sé stessi (28%)
- il fatto che strumenti, tecnologie e competenze richieste cambino di continuo (24%)
- aspettative molto alte da parte dei superiori (22%)
Cosa ci dicono questi dati: per molte persone la sensazione di non essere all’altezza non è episodica, ma accompagna la quotidianità lavorativa. Alla base, però, non sembra esserci una reale mancanza di capacità, quanto piuttosto il peso di dinamiche diffuse nel lavoro: aspettative molto alte, scarso riconoscimento e la tendenza a confrontarsi costantemente con gli altri.
L’insicurezza finisce per frenare la carriera e pesare anche sull’azienda
Quasi la metà degli intervistati afferma che questa insicurezza ha già influito sulle proprie scelte professionali:
- in modo significativo o abbastanza evidente (44%)
- in modo limitato (24%)
- senza effetti particolari (20%)
- non vive questo tipo di disagio (12%)
Ma il problema non riguarda solo il percorso del singolo. Quando una persona si mette costantemente in discussione, anche il lavoro ne risente e, di conseguenza, possono risentirne i risultati dell’azienda.
Chi vive questa situazione, infatti, tende più spesso a:
- rimettere continuamente in discussione le proprie decisioni (28%)
- lavorare più del necessario per dimostrare quanto vale (27%)
- cercare conferme da colleghi o responsabili (23%)
- soffermarsi troppo sui dettagli o sulla ricerca della perfezione (22%)
- sminuire i propri risultati (18%)
- trattenersi dal parlare o dal condividere idee (16%)
- evitare di assumersi maggiori responsabilità (15%)
- paragonarsi agli altri (13%)
Cosa ci dicono questi dati: la sindrome dell’impostore non incide solo sul benessere personale o sulla crescita professionale, ma anche sul lavoro dell’azienda. Può rallentare i processi e ridurre l’iniziativa delle persone, frenando la nascita di nuove idee. Se questo disagio viene ignorato, l’azienda rischia di non far emergere e crescere il talento che ha al suo interno.
Quando chi guida un team non parla di errori e difficoltà, l’insicurezza cresce
Molte delle persone intervistate hanno l’impressione che la sindrome dell’impostore sia alimentata anche da un altro fattore: chi ricopre ruoli di responsabilità parla poco, o quasi mai, dei propri dubbi, degli errori commessi o dei momenti difficili. E, in particolare:
- per il 56% i leader, mai o quasi mai, parlano delle proprie insicurezze o dei propri errori
- il 37% afferma che questi temi vengono affrontati raramente
- appena il 7% sostiene che se ne parli con regolarità
Cosa ci dicono questi dati: quando chi guida un team si mostra sempre sicuro e senza esitazioni, per gli altri può diventare più difficile ammettere le proprie difficoltà. Al contrario, un atteggiamento più aperto e umano può rendere queste difficoltà meno pesanti, meno isolate e più facili da affrontare.
Conclusioni
Il sondaggio mostra che la sindrome dell’impostore è un disagio molto diffuso tra i lavoratori europei. Anche chi ha competenze solide e ottiene buoni risultati può sentirsi non abbastanza. E questa insicurezza, alla lunga, può influire sulle scelte quotidiane, rallentare la crescita professionale e avere effetti anche sul lavoro dell’azienda.
Per questo il ruolo dei datori di lavoro è centrale. Quando le persone si sentono apprezzate, ricevono feedback chiari e trovano nei responsabili un atteggiamento aperto, è più facile che lavorino con maggiore serenità e sicurezza.
Affrontare questi temi non serve solo a migliorare il benessere dei dipendenti, ma anche a creare un ambiente di lavoro più sano e a valorizzare meglio le capacità di ciascuno.
Metodologia
I dati presentati in questo report si basano su un sondaggio realizzato da ilCVperfetto nel marzo 2026 su 1.000 persone occupate in Italia, Regno Unito, Francia, Germania e Spagna. Il questionario includeva domande a risposta singola e multipla sulla sindrome dell’impostore, sul ruolo di manager e responsabili e sull’effetto che queste dinamiche possono avere sulle scelte professionali.
Composizione demografica del campione
Il campione intervistato era composto per il 50% da donne e per il 50% da uomini. Per età, il 19% aveva tra i 18 e i 29 anni (Gen Z), il 30% tra i 30 e i 45 anni (Millennial), il 28% tra i 46 e i 61 anni (Gen X) e il 23% tra i 62 e gli 80 anni (Baby Boomer).
Info su ilCVperfetto
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Camilla Cignarella
Copywriter esperta di consulenza professionale
Camilla Cignarella è una copywriter con esperienza in marketing e traduzione. Nata in una piccola città del sud Italia, si è trasferita in Spagna a 25 anni. Dopo un anno in Andalusia, ha deciso di stabilirsi in Catalogna. A Barcellona si è laureata in Filologia Spagnola e si è innamorata della letteratura sudamericana.
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